Franco Basaglia - diapsi

Vai ai contenuti

Menu principale:

Franco Basaglia

documenti


Franco Basaglia nasce a Venezia l'11 marzo 1924, da una famiglia agiata.
Secondogenito di tre figli, trascorre un'infanzia e un'adolescenza serene nel pittoresco quartiere veneziano di San Polo. Conclusi gli studi classici, nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell'Università di Padova. Qui entra in contatto con un gruppo di studenti antifascisti e, a seguito del tradimento di un compagno, viene arrestato e detenuto per sei mesi in carcere fino alla fine della guerra. Esperienza che lo segna profondamente e che Basaglia rievoca anni dopo parlando del suo ingresso in un'altra istituzione chiusa:
il manicomio. > continua scheda biografia






Ascolta  Carlo Gerlbaldo memoria e testimonianza di Franco Basaglia mp3  > ASCOLTA  - >SCARICA

Intervista a Carlo Gerbaldo, sociologo di origine saviglianese e collaboratore di Franco Basaglia a Trieste.
A cura del dott. Igor Blua educatore professionale


D.  Come sei arrivato a Trieste?

R.  Avevo partecipato al movimento studentesco del ’68, e stavo cercando delle esperienze che mi permettessero di esprimere quella voglia di cambiamento sociale. Così quando mi sono laureato in sociologia nel 1973 ho iniziato a guardarmi intorno,. Nella primavera avevo letto “L’istituzione negata”, mi era molto piaciuto, mi pareva che Basaglia stesse facendo qualcosa di molto serio e con i soldi, avuti dai miei genitori per le vacanze estive, sono partito per Trieste.
Era fine luglio, avevo telefonato ad Augusto De Bernardi, anche lui sociologo, anche lui cuneese, avevamo deciso di incontrarci. Quando sono arrivato, mi ha subito portato al dormitorio pubblico per vedere il lavoro. Lui si occupava di migliorare le cose nel dormitorio pubblico di Trieste. Augusto aveva questo spazio d’intervento perché molti pazienti psichiatrici dimessi dall’ospedale, finivano in dormitorio e dovevano essere assistiti. Sono entrato nel dormitorio e ho subito sentito una gran puzza, l’impatto era stato negativo, cosa centrava quella puzza con la mia laurea in sociologia, ero indeciso, ma Augusto mi aveva offerto la sua ospitalità ed allora ci ho ripensato, mi sono fermato ed ho iniziato a lavorare con lui. Eravamo noi due soli e dovevamo risolvere il problema del dormitorio, per i basagliani individuare il problema non equivaleva a sapere come risolverlo. Dovevi provare e vedere se le cose si saldavano insieme. Intanto era arrivato Natale, avevo finito i soldi e anche De Bernardi non poteva più ospitarmi, allora mi sono trasferito a vivere nell’ospedale psichiatrico, in una cella singola, dove prima tenevano gli agitati. Nella cella c’era un letto, il cambio delle lenzuola avveniva una volta alla settimana e per mangiare potevi andare alla mensa interna.

D.  Come si veniva assunti?

R.  A Natale non ero ancora stato assunto e non sapevo se e quando sarebbe accaduto, temevo di aver fallito e di dover tornare a Savigliano. Invece improvvisamente, è arrivata la Borsa di studio di 250.000 lire al mese, erano arrivati anche gli arretrati e grazie a De Bernardi ho acquistato la mia prima macchina. Poi ho avuto altri periodi senza soldi e fortunatamente ne ricevevo da casa, i soldi della Provincia non erano regolari, mi ricordo che non ho ricevuto la Borsa per alcuni mesi. Nel 1976 sono stato assunto come avventizio, il contratto veniva rinnovato ogni tre mesi, io sono stato avventizio per tre anni, poi la Provincia mi ha definitivamente assunto.

D.   In quale ruolo sei stato inquadrato?

R.  Basaglia non aveva previsto ruoli rigidi, lui stava aprendo ad un nuovo mondo, voleva cambiare anche le professioni. Non il ruolo dei medici perché erano troppo codificati. aveva già cambiato il ruolo degli infermieri e dei paramedici, ma io ero un sociologo e questo ruolo non era previsto nell’amministrazione italiana. C’erano gli assistenti sociali, ma io ero laureato e così mi hanno inquadrato come dirigente, dovevo assumermi quel tipo di responsabilità. Basaglia ci invitava ad andare oltre il nostro ruolo, si doveva abolire il mansionario perché rappresentava l’istituzione che prevarica, il mansionario conservava il passato e impediva il futuro. Non si trattava di anarchismo come alcuni hanno detto in seguito. Basaglia era molto preciso, tutto doveva avverarsi secondo la forma classica di pensiero ed azione. Quindi coerenza tra pensieri e fatti, non il mansionario ma azioni inserite in una forma di pensiero classico. Si può dire che il pensiero filosofico partecipava alla definizione delle azioni.

D.  Si può dire, che tentavate di proporre il diritto alla salute dei pazienti?

R.  Sì, il diritto per noi era molto importante, perché il manicomio negava l’umanità del paziente, negando tutti i principi democratici, la firma del medico era sufficiente per sequestrare il paziente. Le leggi di riferimento criminalizzavano il malato, che veniva cacciato in una zona oscura del mondo, senza diritti, senza identità sociale. Noi volevamo ristabilire i diritti del malato, ma anche di più, perché i diritti non fanno l’umanità di nessuno, il problema di fondo era che il rapporto tornasse da uomo a uomo, Basaglia diceva umano. Anche nell’uomo più degradato, noi vedevamo e favorivamo l’espressione della sua umanità, come dicono i cristiani che in ogni uomo vedono il Cristo. Volevamo ristabilire i diritti per ristabilire la relazione tra persone.
Ad esempio, gli infermieri spesso, nei primi anni, erano mancanti nel loro ruolo, a volte venivano trovati ubriachi in turno e non venivano puniti, allora si puntava all’autoresponsabilità, alla loro capacità di autocorrezione. Secondo me questo è un elemento moderno, ed è ancora oggi l’elemento nuovo verso cui stiamo andando, la capacità di autoregolarci. Allora, le relazioni erano improntate alla responsabilità che ognuno aveva rispetto al proprio ruolo, a come lo viveva, questo poi è stato interpretato come lassismo, invece noi ricercavamo in modo rigoroso la verità, quella possibile e che era favorita dall’orizzontalità delle relazioni. Quella volta i rapporti erano dignitosi e di ricerca, c’erano autoregolazione e ricerca della dignità dell’uomo. Quando vennero a dire a Basaglia, che vi era un gran numero di infermieri degradati e ubriaconi, i quali protestavano per i nuovi compiti di assistenza che gli venivano affidati, e che erano legati alla diminuzione dei mezzi di contenzione. Basaglia decise di non punire nessuno. Disse a quegli infermieri che avevano l’abitudine di opprimere i pazienti ed erano degradati verso se stessi, di non venire più a lavorare. Propose e tolse la timbratura, potevano essere pagati e stare a casa. Eliminò l’orologio e non licenziò nessuno, si assunse lui la responsabilità di questo fatto. Basaglia sapeva di avere molti nemici e sapeva di rischiare, in questo fatto vi erano anche delle responsabilità penali, se non fai i controlli può arrivarti l’ispezione. Basaglia accettava di rischiare perché la sua ricerca di umanità includeva percorsi complessi, strutture di pensiero complesse.

D.  Dunque quella volta chi aveva delle responsabilità agiva di conseguenza?

R.  Esatto, questo è stato il primo passaggio, Basaglia se le assumeva con una competenza che andava oltre l’ordinario, questo perché lui era uno psichiatra straordinario, che era finito fuori dall’Università a causa della sua troppa scienza. Basaglia era anche una persona molto coraggiosa, conosceva il carcere perché l’aveva fatto durante la Resistenza, lui era un figlio della borghesia che aveva conosciuto il carcere, conosceva la reclusione e sapeva che in ogni situazione, puoi fare qualcosa per migliorare il tuo e l’altrui destino. L’esperienza della Resistenza, come conoscenza diretta, gli aveva regalato quella energia che usava per fare qualcosa di buono anche nelle situazioni più difficili, quella energia poi confluirà nel suo “pensiero pratico”. Lui accettava la realtà e poi provava con una fantasia morale, che diveniva pratica corrente, a renderla più umana, la realtà doveva essere acquisita e poi modificata, umanizzata.

D.  A Trieste, pensavate di essere in un lager, come aveva detto Mariotti nel ’68?

R.  Il tema del lager era molto presente, anche io durante gli studi di sociologia ero andato a visitare Dachau e poi Auschwitz, il problema dei lager l’avevo molto sentito, anche se pensavo che non esistessero più.

D.  Con quale tecnica si supera il lager?

R.  La miglior tecnica è una non tecnica, l’uomo è sempre in creazione, qualsiasi lavoro faccia, quando attualizza il suo lavoro in forme tecniche sta realizzando una fase applicativa, poi come faceva Basaglia devi inventarti forme nuove. La tecnica non definisce la realtà, ma serve per creare una relazione che si modifica, modificando anche la tecnica. Basaglia le tecniche le conosceva tutte, conosceva anche la cultura della sua epoca, lui non privilegiava l’aspetto esecutivo su quello della ricerca. Basaglia mi ha insegnato che in qualsiasi contesto, in qualsiasi tecnica, tu puoi entrarci dentro, capire cosa è, e poi ti tocca di trasformarla. Basaglia era un uomo che reggeva le trasformazioni che proponeva, dava generosamente tutte le sue forze, a volte penso che sia stata la stanchezza ad ucciderlo, nell’ultimo periodo di Trieste era stanchissimo, lavorava tantissimo.

D.  Tutto il suo staff lavorava tantissimo?

R.  Mi pare di sì, solo all’inizio ci furono delle incomprensioni, poi  tutti accolsero il suo pensiero, ricordo che tutto il personale medico e paramedico si impegnava molto. Si potrebbe dire che erano tutti liberamente molto impegnati, molto responsabili. Perché libertà nella gestione del ruolo, non significava finire in posizioni di irresponsabilità, non vi erano deleghe possibili per quanto riguardava la propria responsabilità professionale e umana. Negare il ruolo significava dare di più, risolvere dei problemi in più, che da dentro al ruolo potevi decidere di non affrontare.


D.  Quale era esattamente il tuo compito?

R.  Dovevo intervenire nel dormitorio pubblico, quella volta vi erano 300 alloggiati, tutte persone molto degradate con tassi altissimi di alcolismo. Molti dimessi dall’ospedale psichiatrico, non riuscivano a trovare una collocazione abitativa e finivano in dormitorio. Si alcolizzavano, venivano espulsi dal dormitorio e ritornavano in ospedale, o se avevano commesso qualche reato in carcere, e successivamente in ospedale psichiatrico. Il circuito, così lo chiamavamo, delle istituzioni totali, era molto ben definito, si girava tra carcere, dormitorio per vecchi, dormitorio pubblico, ospedale psichiatrico.

D.  Il dormitorio quanto personale aveva?

R.  Prima che arrivassimo noi, vi erano i guardiani che garantivano l’ordine pubblico, un direttore e del personale per la mensa, vi erano anche degli addetti alle pulizie. A volte avevi assegnato tutti i letti e arrivavano ancora persone che non sapevi dove sistemare, a quel punto le inviavi all’Ente per l’Assistenza Comunale (poi ECA) . Loro gestivano anche piccoli sussidi, vestiario, ma in forma caritatevole, si trattava di provvidenze e non di pensioni sociali. Basaglia e Zanetti si batteranno per ottenere dei provvedimenti economici stabili, il presidente della provincia era un democristiano di sinistra, anche lui un buon intellettuale, offriva il massimo della copertura politica per favorire il processo di riforma dell’ospedale psichiatrico.

D.  Cosa voleva dire superare il dormitorio pubblico?

R.  Ci sono stati alcuni passaggi, anche in dormitorio abbiamo iniziato facendo delle assemblee con gli alloggiati, poi si è costituito un comitato degli alloggiati, loro portavano avanti alcune richieste. Il comitato era presieduto da un vecchio giornalista dell’Unità, finito anche lui nel dormitorio, trovavi persone che non ti saresti aspettato di trovare in quel posto. Vi erano persone che avevano partecipato alla rivoluzione russa, persone scolarizzate, impiegati, molti portuali addetti al carico e scarico delle merci, poche donne perché allora resistevano di più degli uomini alle difficoltà quotidiane. il reparto donne del dormitorio era proporzionato al loro numero, poche decine mentre gli uomini erano centinaia.

D.  Dunque il comitato esplicitava i problemi e voi proponevate delle soluzioni?

R.  Loro non riuscivano a rappresentarsi la realtà, una persona degradata è troppo fragile, nemmeno il comitato riusciva a dare forza a quelle persone. Però lentamente hanno ricominciato a ricordare la loro identità di prima, partì il recupero di quello che erano stati in precedenza. E’ idealistico pensare che delle persone distrutte possano riscattarsi senza un aiuto. Era irrealistico, pensare di fare i dirigenti del dormitorio, senza capire che l’esperienza avrebbe cambiato anche noi, aiutando quelle persone ad uscire dall’angolo buio in cui si erano messe, noi e loro uniti nel processo di cambiamento, ci saremmo entrambi riscattati. Se andava male si degradavano loro e ci degradavamo noi. Volevamo riscattarci dall’essere a capo di qualcosa di inumano, quella era l’idea di Basaglia, liberi l’altro e così liberi anche te stesso.
Noi andavamo ogni tanto all’ECA per farci dare indumenti e soldi, quei funzionari non erano mica tanto contenti di vederci, secondo loro ci agitavamo troppo. Comunque ci davano soprattutto pacchi di mutande e altro vestiario, pochi soldi e non volevano trattare con il comitato degli alloggiati, anche i guardiani non gradivano quelle novità. Invece il comitato, gestendo piccole cifre, iniziò a cercare degli appartamenti e quella ricerca diventò un messaggio di libertà per tutti gli alloggiati. I primi anni era molto difficile, ci affittavano solo delle soffitte, noi non eravamo in grado di dare delle garanzie ai proprietari. Ristrutturavamo un pochino le soffitte, utilizzando le nostre risorse, poi sono arrivati i sussidi, quello strumento fu un’invenzione importante, tutti ne sentivamo il bisogno, perché quei pochi soldi incoraggiavano le persone a riprendersi la loro vita. Era tutto sperimentale, avevamo una buona partecipazione assembleare, ma poi era difficile individuare il soggetto che sarebbe andato ad abitare nell’alloggio. Era importante non fare brutte figure, il rito preparatorio spaventava la persona scelta e a volte si giungeva ad una rinuncia, non riusciva a scegliere di migliorare la propria esistenza. Dopo le prime regressioni ci siamo organizzati, di solito interrompevano il progetto ubriacandosi e facendosi ricoverare in ospedale, quello di medicina generale, che poi li portava a quello psichiatrico. In quel caso li perdevamo di vista e solo successivamente venivamo a sapere dove erano finiti. Si rimediò creando dei rapporti stabili anche con l’ospedale civile. Non era facile, la nostra equipe era composta solo di quattro persone, tutti sociologi, io, De Bernardi, Marucelli e Giuditta Livullo che proveniva dal PCI di Trieste.

D.  Eravate solo quattro per trecento alloggiati?

R.  Sì, era tutto sperimentale, anche i fondi per i progetti erano pochi e non sicuri, li cercavamo in tutte le direzioni, certo la nostra cultura ci aiutava, sapevamo di essere lì per inventare qualcosa di nuovo, deistituzionalizzare il dormitorio.

D.  Era quello, il basagliano rendere possibile ciò che prima appariva impossibile?

R.  Certo, Basaglia era per rompere gli schemi, per cercare di umanizzare la relazione con la persona bisognosa d’aiuto. Lui diceva che si doveva ottenere il ruolo per poi negarlo, puoi negare solo ciò che possiedi, allora lui era il massimo della preparazione medica e poi la negava. Medici che negassero il loro ruolo non se ne vedevano, io ho visto solo lui ed è stata una cosa enorme, i medici sono una casta potentissima. Invece Basaglia utilizzava le sue capacità relazionali per incontrare il paziente e tutta la sua scienza e creatività, per trovare percorsi riabilitativi sempre nuovi.

D.  Basaglia che tipo di psichiatra era?

R.  Era uno che metteva nella relazione con il paziente, il massimo dell’umanità possibile, poi venivano le tecniche che lui padroneggiava benissimo, ma prima veniva la relazione umana, il suo ideale era quello. Basaglia era anche un grande dirigente, un grande filosofo, un grande umanista, sapeva trattare con le persone e sapeva circondarsi di validi collaboratori, quelli che riteneva adatti per il processo di trasformazione istituzionale, che lui aveva da tempo immaginato. Era rigorosissimo, controllava tutto, se sbagliavi ti sanzionava moralmente, nessuna punizione ma richiami alle tue responsabilità.

D.  Possiamo dire che era un buon “tecnico” perché era molto creativo?

R.  Sì, allora la nostra Università non ti aiutava ad esserlo, intendo creativi e penso che anche oggi sia così se non peggio, all’Università sono tutti tecnici ma poco creativi. Si ripete molto la tecnica, cioè quello che già si conosce.

D.  Basaglia aveva immaginato la forma del Dipartimento di    Salute Mentale, i direttori di oggi sembra non sappiano utilizzarla, lui direbbe che sono troppo tecnici?

R.  Certo Basaglia vivo avrebbe saputo come migliorarla, ripetere una tecnica significa perdere il contatto con la realtà, lui sapeva come collegare il pensiero con l’azione e quello gli permetteva di migliorare le tecniche, lui aveva grandi slanci, coraggio, capacità di relazione. Basaglia era anche un filosofo ed è utile se vuoi cambiare le istituzioni.

D.  Cosa è accaduto alla morte di Basaglia?

R.  Sono ripartiti i giochi politici, la commissione parlamentare si interrogò sul possibile aumento dei suicidi dopo l’approvazione della 180, i missini volevano affondare la legge. Con il CNR abbiamo concordato l’uscita di ricerche, che chiarissero come stavano realmente le cose, non vi era alcun aumento dei suicidi, la realtà era un’altra, in alcune parti d’Italia la legge era stata applicata senza alcuna umanità. Le pubblicazioni erano firmate da me e De Bernardi, noi avevamo molte difficoltà anche economiche, non ci venivano pagate le trasferte, ma dovevamo andare a Roma per bloccare l’ondata scandalistica che tentava di infangare la Riforma. Basaglia aveva dimostrato che molte cose erano possibili, quindi noi basagliani dovevamo stringere i denti. Nonostante le difficoltà facemmo uscire tutte le pubblicazioni.

D.  Perché il CNR era interessato a queste pubblicazioni?

R.  Io e De Bernardi, eravamo due sociologi, preparati per fare ricerca e presenti a Trieste da alcuni anni. Il CNR aveva fatto un progetto sulla “Medicina preventiva”, vi era anche la sezione dedicata alla psichiatria. Per la malattie mentali hanno chiesto a noi se volevamo farne parte, erano una ventina le situazioni, in Italia, dove si praticava una psichiatria simile o vicina a quanto aveva proposto Basaglia, furono alcuni volumi e servirono per difendere la Riforma dopo la morte di Basaglia. Io ne sono uscito nel 1985, ma il progetto è andato avanti, il Consiglio Nazionale delle Ricerche affrontò con competenza la situazione che si era venuta a creare dopo la legge 180.

D.  Torniamo indietro di qualche anno, cosa è successo al Reseau tenutosi a Trieste?

R.  Allora il nome, l’uso del francese arriva dagli incontri con Sartre, si voleva riunire la “rete” della psichiatria alternativa, era il ’77, si contestava la casta dei medici, il loro enorme potere, nell’ospedale e non solo, ovviamente la presenza di Basaglia garantiva la possibilità di dialogo. I gruppi di autonomi portarono avanti una contestazione, a tratti anche violenta, alcuni medici in quella occasione non accettarono la perdita del loro ruolo gerarchico. Va ricordato, che alcuni assistenti di Basaglia non erano disponibili a mettere in discussione il loro ruolo, non accettavano di trasformarlo, così sono iniziati gli spintoni e l’incontro si è concluso con pochi risultati concreti. Vi fu anche la situazione del furto delle 20.000 lenzuola, la denuncia lo costrinse a pagare le lenzuola e i suoi collaboratori protestarono, probabilmente il furto era avvenuto all’inizio del percorso di trasformazione dell’ospedale, probabilmente fatto dagl’infermieri che si opponevano al cambiamento, quelli per cui Basaglia aveva eliminato la bollatura. La tesi di Basaglia fu che per attuare grandi cambiamenti, ogni tanto tocca pagare. Basaglia non controllava le piccole cose dell’ospedale psichiatrico, le sue responsabilità erano altre, lui da dirigente controllava che avvenissero i grandi cambiamenti e di quelli discuteva con il suo staff, le discussioni riguardavano le resistenze che si incontravano e come superarle.

Torna ai contenuti | Torna al menu